«Non discutete sulle dottrine e sulle religioni. Ce n'è una soltanto. Tutti i fiumi vanno
all' Oceano. Andate e lasciate andare gli altri!... L'acqua si scava, lungo la china,
secondo le razze, le età e le anime, un letto differente. È sempre la stessa acqua!...
Andate! Scorrete verso l'Oceano!»
Calcutta, il Sacro Gange. Lungo le gradinate che scendono al fiume, numerosi roghi.
Si possono vedere galleggiare dei coloratissimi fiori di loto e su alcune foglie
candeline accese che vanno alla deriva. Le persone fanno le abluzioni, alcune donne
mostrano il seno ma nel Gange si può. Gli uomini fanno proprio il bagno e tra un misto
di saponi vari, oli profumati, dentifrici e cenere di defunto scorre la vita sacra in
quella tumultuosa città.
A circa 100 chilometri, in un villaggio chiamato Kàmarpukur,
nel 1836 il 18 febbraio, nacque Gadadhar Chatterjee figlio di Khudiram e Candramani,
brahmana, una famiglia purtroppo molto disagiata ma assai devota a Raghuvir, la divinità
familiare che consideravano loro patrono e protettore. Capitava che sua madre
digiunasse un giorno intero per poter soccorrere un povero. Una leggenda gli attribuisce
il privilegio di una immacolata concezione. All' età di sette anni Gadadhar restò orfano
di padre, il fratello, per mantenere la famiglia, aprì una scuola a Calcutta dove il
bambino apprese i primi insegnamenti ma gli studi non gli davano alcuna soddisfazione;
ebbe la sensazione che quanto venisse insegnato avesse il solo scopo di migliorare la
vita materiale dei maestri e dei docenti. Egli si interessava soltanto alle cose della
religione perciò la famiglia decise di fare di lui un prete.
Appena raggiunta l'età per ottenere l'investitura del sacro cordone brahmanico, Gadadhar Chatterjee dichiarò
apertamente che desiderava ricevere la rituale prima elemosina (bhiksà) da una donna
shudra del villaggio ed una cosa simile non era mai avvenuta dato che la tradizione voleva che fosse
una donna brahmana ad elargire l'elemosina ad un giovane prete. Avvenne così che una signora ricca e generosa, tale Rani Rashmoni,
appartenente alla casta inferiore degli shûdra, aveva fondato, a sei chilometri da
Calcutta, sulla riva sinistra del Gange, in un luogo chiamato Dakshineshwar, un tempio
consacrato alla gran dea Kâlî, la Madre Divina, un vasto edificio a cinque cupole con
guglie, circondato da un bel giardino. Per questo tempio, ella cercava un assistente. Gadadhar ci vide subito un segno del destino.
In India, dove i monaci erranti sono particolarmente onorati, la posizione del prete
addetto ad un tempio era poco considerata ma Gadâdhar, considerando questo la sua prima elemosina, accettò di buon grado.
Immediatamente, provò un amore appassionato per la dea alla quale un assistente
doveva dedicare le sue cure, destandola, vestendola, portandole cibi e fiori, svestendola,
coricandola.
Improvvisamente poi, avvenne che Rani si ritirò e Gadadhar ne prese il posto nella totale cura del tempio.
Tuttavia un dubbio sorse in Lui: esiste veramente al mondo una simile Madre
di Beatitudine? Un giorno dopo l'altro Egli si poneva questo grave quesito.
A poco a poco trascurò il servizio nel tempio. Si ritirò a vivere in un boschetto vicino,
meditando e piangendo. Aveva perduto ogni nozione di sé, sarebbe morto di fame se un suo
cugino non fosse andato ogni tanto a mettergli in bocca un poco di cibo. Un giorno, non
sopportando più di non vedere la Madre Kalì decise di porre fine ai suoi giorni ed
afferrata una spada appesa ad un muro fece per trafiggersi ma, benedetto, ebbe
finalmente l'estasi che intensamente desiderava:
«In me - disse più tardi ai suoi intimi
- scorreva un oceano di gioia ineffabile. Fino al profondo, ero consapevole della
presenza della Divina Madre».
Kâlî, ormai, dirigerà tutta l'esistenza del suo fedele;
e Gli confiderà, in alcune visioni, stupende rivelazioni.
Non altrettanto "illuminata" fu la sua famiglia che predispose
il Suo matrimonio, sperando che questo distogliesse la Sua mente dal mondo ideale. La
sua sposa si chiamava "Sri" Chandra Mukhopadhyaya di Jayrambadi, un villaggio a sole
quattro miglia da Kamarpukur. Al momento del matrimonio (1959), lei aveva solo sei anni,
mentre Lui ne aveva ventitre. Ma appena dopo il matrimonio si ritirò nel tempio-giardino di
Dakshineshvar.
Da allora si sparsero le voci di quel miracolo e Gadadhar divenne
Ramakrishna Paramahansa.
Il Suo insegnamento si protrasse per circa 15 anni durante i
quali insegnò, tramite parabole, metafore, canti e soprattutto con l'esempio della sua
vita, le verità fondamentali della spiritualità. Alla sua morte, avvenuta il 16 agosto
nel 1886 per un cancro alla gola, Egli lasciò un gruppo di giovani e devoti discepoli
con alla testa il famoso studioso e oratore Svámi Vivekánanda. Quest' ultimo, durante
la lunga malattia del Maestro, lo supplicò di pregare Dio perché Lo guarisse ma per Ramakrishna, una preghiera del genere per il proprio corpo era inconcepibile ma
per accontentare il Suo discepolo, in un momento particolare, invocò la Madre ma proprio
in quell' occasione entrò in uno stato di estasi spirituale da cui la Sua mente non fece più ritorno.
Sri Ramakrishna passò la maggior parte della sua vita vicino a Calcutta, in un tempio sulle rive del Gange.
Molti dei suoi insegnamenti sono stati trascritti parola per parola e si possono trovare nel libro
"Il Vangelo di Sri Ramakrishna. Oltre ad insegnare il fatto che Dio può essere visto, il
Suo grande obiettivo fu quello di mostrare l' armonia tra tutte le religioni. Da un lato
Egli realizzò l' ideale indicato da ciascuna delle diverse sette della religione indù, e
dall' 'altro l' ideale dell' Islam e del Cristianesimo. Ripetè il solitudine il nome di
Allah e meditò su Gesù Cristo. In una visione, Egli vide Gesù in tutta la Sua Gloria.
A nessun cercatore che fosse solerte rifiutò il conforto dei Suoi insegnamenti.
Diceva:
" Dove trovare Dio se non nell' uomo? L' uomo è la più alta manifestazione del
Divino. Rinuncerò a ventimila corpi come questo per venire in soccorso ad un solo uomo".
Non si lasciò mai sfuggire una sola parola di condanna; non sapeva vedere il male negli
altri. Un "piccolo" episodio lo associa vivamente e nella Sua interiorità a Gesù;
inchinandosi davanti ad una donna di malaffare che la società considera come peccatrice,
infatti disse:
" Anche tu sei la manifestazione della Madre Divina. Sotto una forma stai
per strada e sotto un' altra forma sei adorata nel tempio. Io mi inchino davanti a te".
Negli insegnamenti del Santo si trovano molte citazioni riguardanti la sessualità, diceva
infatti che per i rinuncianti era addirittura "pericoloso"; il solo sedersi a parlare accanto
ad una donna, costituiva una forma di rapporto sessuale sotto otto distinti aspetti; alcuni
dei quali consistevano, per esempio, nel parlare in segreto, nel conservare qualche oggetto
d'appartenenza femminile e nel toccarlo.
Ramakrishna metteva costantemente in guardia contro
la coppia kamini-kanchani, (alla lettera: donna e oro) poiché la quasi totalità dei Mistici
noti sono stati celibi e con profonde ripercussioni sull'equilibrio ormonale. Ovviamente tutto
questo valeva soltanto per i novizi dato che una volta raggiunta la "conoscenza mistica" la
differenziazione sessuale sfumava.
Accadde poi che quando la sua giovane moglie, una fanciulla
pura di soli sedici anni, si recò al Tempio di Dakshineshvar, il Santo si inginocchiò
davanti a lei, dicendo:
"La Madre Divina mi ha mostrato che ogni donna è una Sua manifestazione.
Perciò considero tutte le donne come immagini della Madre Divina e penso anche di te la stessa cosa.
Tutta via sono a tua disposizione: se lo desideri, puoi trascinarmi verso il livello del mondo".
La ragazza, che aveva capito lo stato mentale del marito e che aveva sempre pregato Dio perché la
conservasse pura ed immacolata, ebbe come unico desiderio quello di vivere accanto a Lui come
assistente e discepola.
Monica
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